Giorni pari, giorni dispari: la scuola raccontata dall’interno

Ci sono incontri che non si limitano a presentare un libro, ma diventano un’occasione per interrogare il tempo in cui viviamo. È accaduto al Centro Anziani APS di Formia, in via Sarinola, spazio culturale che porta la visione e l’impegno del presidente Augusto Ciccolella. Un luogo che ha saputo trasformarsi in presidio di comunità, dove la cultura non è evento isolato ma gesto continuativo, cura del dialogo, possibilità di confronto tra generazioni.

In questo contesto si è tenuta la presentazione de “La mensa dei giorni pari e altri racconti” di Lorenzo Iannelli, docente all’Istituto Prampolini di Latina. Un libro che attraversa la scuola con uno sguardo interno, non retorico, capace di alternare ironia e ferita, leggerezza e inquietudine.

L’accoglienza della professoressa Anna Vezza ha subito definito il tono dell’incontro: parole misurate, attente, che non introducono soltanto un autore ma preparano un ascolto. In una società che consuma velocemente opinioni, predisporre all’ascolto è già un atto culturale.

A moderare il dialogo, la Dirigente Scolastica dell’Istituto Comprensivo “V. Pollione” dottoressa Immacolata Picone, che ha scelto con l’autore di non costruire una scaletta rigida. Nessuna coreografia predefinita, ma un confronto libero, quasi confidenziale, che ha lasciato emergere non solo il libro, ma il vissuto che lo ha generato. Ed è proprio da questo vissuto che la serata ha preso profondità.

La dirigente ha raccontato il proprio avvicendarsi alla scuola con una sincerità rara. Figlia di insegnante, cresciuta in una casa dove la scuola era presenza quotidiana, da adolescente aveva guardato a quel mestiere con una certa distanza, come se fosse qualcosa di già conosciuto e dunque non abbastanza ambizioso. Poi la vita ha operato il suo silenzioso ribaltamento: l’ingresso nella scuola primaria, la prima classe davanti, la timidezza da vincere, la responsabilità concreta. E quel momento, evocato con emozione, in cui tornò a casa e sentì il bisogno di chiedere scusa alla madre per non aver compreso prima la grandezza di quel lavoro. Bastano poche settimane in aula per capire che insegnare non significa spiegare pagine, ma assumersi il compito delicatissimo di formare persone. Da lì la riflessione più ampia: la centralità dell’infanzia e della primaria, il valore dell’istituto comprensivo come percorso verticale, la necessità di superare frammentazioni e di conservare una visione unitaria dell’educazione.

Iannelli ha raccontato che il libro è nato quasi per caso, durante un trasloco, quando tra carte dimenticate è riemersa una bozza. Da quella traccia è iniziato un percorso che ha trovato nella scuola il suo baricentro naturale. “È una malattia da cui non si guarisce”, ha detto con ironia, ma dietro quella battuta si percepisce una verità: la scuola non si lascia mai del tutto, resta addosso come un secondo domicilio emotivo. Nei racconti c’è la quotidianità dell’aula, ci sono i silenzi, le tensioni, le risate, le ferite invisibili che a volte emergono in un tema letto con la voce che trema. Scrivere, ha ammesso, è anche un gesto personale, quasi terapeutico. Ma è pure esposizione, perché ogni parola consegnata al pubblico è un frammento di sé che si mette in gioco.

Uno dei nodi più intensi della serata è stato il tema dell’umiliazione scolastica, raccontata attraverso un episodio ispirato a una vicenda reale. È qui che la nostalgia per la “scuola di una volta” si incrina. Era davvero migliore? Se il rispetto nasceva dalla paura, dalla mortificazione, dalla rigidità cieca, allora la risposta non può essere affermativa. La scuola di oggi ha criticità evidenti, ma ha anche maturato una consapevolezza diversa sul valore della relazione. E tuttavia vive un’altra pressione: quella di un giudizio costante, esterno, spesso inconsapevole. In un tempo in cui tutti sembrano sapere cosa la scuola debba fare, l’insegnante si trova a difendere non solo il proprio operato, ma la dignità stessa del ruolo. Eppure, nonostante tutto, continua a essere uno degli ultimi presìdi in cui si tenta di custodire uno spazio di crescita autentica.

La struttura del libro, divisa in racconti “pari” e “dispari”, è un omaggio dichiarato a Eduardo De Filippo, ma è anche una metafora della vita scolastica: giorni luminosi e giorni opachi, ironia e amarezza che convivono senza contraddirsi. La scrittura di Iannelli è lineare solo in apparenza; in realtà costruisce scene quasi teatrali, con cambi di prospettiva che ricordano un montaggio cinematografico. La scuola diventa palcoscenico, ma non di finzione: di verità umana.

Le letture della professoressa Sabrina hanno dato corpo alle parole, mentre l’intermezzo musicale del professor Antonio Tomao ha aggiunto una dimensione ulteriore, come se tra una riflessione e l’altra fosse necessario un respiro. E alla fine ciò che è rimasto non è stato soltanto un libro presentato, ma una domanda sospesa: quanto conosciamo davvero la scuola di oggi? Forse raccontarla dall’interno, senza retorica e senza difese corporative, è già un gesto di responsabilità culturale. Perché la scuola non è un titolo polemico, non è un’astrazione normativa, non è un ricordo nostalgico. È un organismo vivo. E quando qualcuno ne restituisce la complessità con onestà, accade qualcosa che somiglia molto alla verità.

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